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Black Thursday

Il 24 ottobre 1929 era un giovedi. Lo Stock Exchange di New York, soprannominato The Big Board, era in fibrillazione dal lunedi precedente. Per tutti gli anni venti, la Borsa di New York era stata il simbolo del capitalismo prepotentemente in ascesa degli Stati Uniti d’America. Era lì che gli investitori si riunivano per scommettere sulla crescita senza limiti di una giovane e poderosa nazione che era uscita dalla Prima Guerra Mondiale come l’unica vera vincitrice.

Ripiegatisi su se stessi, preoccupati soltanto di far sì che niente potesse interferire con la potente e sempre più famelica domanda che si incontrava con l’altrettanto potente e sempre più variegata offerta nei luoghi di contrattazione dove si compravano e vendevano i titoli delle sempre più all’avanguardia industrie e imprese americane, gli USA si tenevano alla larga dalle beghe del resto del mondo e prosperavano prevedendo già il raggiungimento di quegli orizzonti di gloria e benessere che avrebbero dato al ventesimo secolo il nome di secolo americano.

Non immaginavano certo che sarebbero stati proprio loro a dare al mondo intero la bega più grossa da fronteggiare, dopo aver appena superato quella non da poco della ricostruzione bellica che avrebbe a gioco lungo consegnato – al pari della crisi economica imminente – molte nazioni civili nelle mani del totalitarismo più spietato e sanguinario.

Il Giovedi Nero fu il culmine di una settimana in cui l’economia tradizionale con i suoi comportamenti codificati e razionali saltò in aria e fu sostituita dal panico incontrollato. A troppi titoli era corrisposto nel tempo un valore determinato dalla speculazione più che dall’effettiva produzione di beni e ricchezza reali.

Quelle bolle speculative cominciarono a scoppiare a ritmo sempre più intenso e serrato, finché nel fine settimana la Big Board crollò del tutto facendo segnare un ribasso del 50% nel valore complessivo dei titoli e gettando nella disperazione e progressivamente sul lastrico una nazione intera. A cominciare dagli investitori che avevano visto bruciare in pochi giorni i loro ingenti capitali fino ai lavoratori delle fabbriche e delle aziende che chiudevano ad una ad una mettendoli per strada senza ammortizzatori sociali di nessun genere.

La Grande Depressione che avrebbe sconvolto i primi anni trenta negli USA e nel mondo intero, a riprova

Wall Street Journal

di quanto già allora le economie fossero tra loro interdipendenti (senza che nessuno parlasse ancora di globalizzazione), cominciò così, nelle giornate di panico senza freni che travolsero la Borsa di New York alla fine di ottobre del 1929.

Lo shock fu talmente grande da spingere una nazione che aveva affrontato lo sviluppo capitalistico così come aveva affrontato la conquista del West a ripensare totalmente se stessa e la propria filosofia (da qui il nome di New Deal, passato alla storia), per non rischiare di finire come quei paesi europei che si stavano consegnando a dittatori sanguinari dai baffi grandi e piccoli, o di vedere una generazione intera naufragare nella fame e nell’inedia, costretta a mendicare centesimi di dollaro in elemosina, a rubare in piccolo o in grande (fu l’epoca d’oro dei piccoli e grandi gangsters, non a caso), a frugare nell’immondizia in cui era finito il sogno americano.

Keynes aveva teorizzato la via d’uscita, ma ci volle un uomo di coraggio come Franklin Delano Roosevelt (ed un Partito Democratico che allora non era ridotto come adesso ad una lobby di radical chic sorseggianti aperitivi nei loft di Manhattan) per mettere in pratica ricette semplici come solo il buon senso poteva dettare: mettiamo la gente a lavorare, a spese anche dello Stato, e non importa a fare cosa; ridistribuiamo reddito, e al diavolo la legge della domanda e dell’offerta ed il capitalismo senza freni né regole che ci ha portati fino a questo punto.

Quasi cento anni dopo, possiamo dire con certezza di non avere imparato nulla, e di essere pronti per giovedi ancora più neri, e per destini forse ancora più atroci.

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Mr. Bloogger

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