Ricorrenze

L’ultimo imperatore

Lo Huángdì, l’impero cinese, durava da più di duemila anni. Settecento anni più longevo di quello romano dalla sua fondazione alla caduta di Costantinopoli, aveva dominato su un territorio quattro volte più grande. Nel 221 a.C. Qin Shi aveva sconfitto gli altri signori della guerra, unificato il paese, fondato l’impero e la sua prima dinastia, la Qin appunto.

Il 12 febbraio 1912, 2133 anni dopo, l’ultimo imperatore dell’ultima dinastia, la Qing, Pu Yi abdicò mettendo fine ad una delle storie più antiche del mondo. Aveva solo sei anni, quando uscì per l’ultima volta dalla Città Proibita rimettendo il potere nelle mani del Kuomintang, il partito nazionalista di Sun Yat-sen, che a sua volta lo rimise in quelle della neonata repubblica.

A quel punto, dell’antica potenza del Celeste Impero non restava più nulla. I tempi in cui l’imperatore era omaggiato con il titolo di tianxia, tutto al di sotto il cielo – a significare ciò che i cinesi pensavano (e pensano) della propria razza e del potere assoluto che da sempre la governa: essere il popolo di mezzo, la razza superiore destinata a governare prima o poi tutte le altre e tutto il pianeta -, sembravano ormai irrimediabilmente lontani, perduti.

La Cina era a quell’epoca terra di conquista per le potenze europee, gli Stati Uniti d’America, il vicino Impero del Sol Levante, il Giappone che avrebbe dato la spinta decisiva non solo a far diventare la guerra di Hitler una guerra mondiale ma anche a trasformare la stessa repubblica cinese da nazionalista in comunista, favorendo l’affermarsi di Mao Tze Tung. Ma queste che seguirono, così come quelle che le avevano precedute, sono storie per altri giorni.

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Mr. Bloogger

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