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La Verde Stagione, da Tom Dooley a YouTube

I gemelli pratesi Luca Lando Ihle, assieme al fratello maggiore Patrizioe aFabrizio Innocenti, costituivano il gruppo La Verde Stagione, attivo tra gli anni ’60 e ’70. Caratterizzati da una grande voglia di fare, ma anche da delle idee ben precise da portare avanti, vennero a contatto con i più grandi nomi della musica italiana, come Lucio Battisti, Mogol, Iller Pattacini. L’ultimo componente rimasto, Lando Ihle, ha condiviso con noi i suoi ricordi sulla sua esperienza musicale mediante un’intervista, raccontando in maniera appassionata ciò che ricorda con tanto affetto: un fiume in piena che ci ha trascinati nel mondo musicale dell’epoca.

Avendo un negozio di dischi si può dire che siete nati con la musica dentro. Quando avete cominciato a suonare e dove vi esibivate? «Il primo a suonare la chitarra fu Patrizio. Avevamo all’incirca 12 anni: ad un bar di via Garibaldi, c’era un signore che si chiamava Forestino. Fu lui che iniziò ad insegnarci a suonare la chitarra, paragonando gli spazi sul manico a delle casine, riferendosi a note e accordi. Così imparammo, proseguendo poi da autodidatti. La prima canzone con la quale ci dilettammo fu un pezzo americano: Tom Dooley del The Kingston Trio. E da qui iniziammo, la nostra era una grande passione per la musica. Suonavamo qua a Prato ad esempio alla Verdi, a San Piero Agliana, e in tanti altri posti, ma non fuori zona».

Siete partiti da un duo, lei e suo fratello gemello Luca: questo è stato l’inizio di tutto. Come siete arrivati alla formazione della Verde Stagione? «Eravamo inizialmente noi due, io cantavo mentre Luca suonava la chitarra, e poi abbiamo aggiunto un batterista, con il quale partecipammo ad un concorso all’isola d’Elba nel 1963. Ricordo un aneddoto molto simpatico: portammo un pezzo che si intitolava Non c’è pietà di Ricky Gianco. Improvvisamente, in un punto molto aggressivo del brano, l’asta cadde giù abbassandosi, e io mi misi in ginocchio per continuare a cantare: sembrava fatto apposta, ma in realtà fu solo un caso! E qui incontrai un produttore della casa discografica Ricordi che mi chiese di andare a fare un provino a Milano, escludendo però il resto del gruppo. Dato che facevamo anche dei duetti con Luca, da solo non volli andare e mi impuntai per far venire anche lui: o entrambi o nulla, e così firmammo un contratto con la Ricordi».

«Sempre in quell’anno, entrammo in un cast assieme ad altri ragazzi per una trasmissione con Mike Bongiorno, La Fiera dei Sogni. Nonostante la popolarità, la Ricordi non sembrava volerci far sfondare, anche per via del nostro carattere particolare, abbastanza introverso e chiuso. Ci fecero delle proposte non proprio accattivanti: ad esempio, volevano mandarci al festival di Venezia a cantare delle canzoni veneziane, cose abbastanza lontane dal nostro stile, anche se poteva essere utile per farci conoscere. E forse fu proprio questo nostro carattere a minare la nostra possibilità di far strada».

«Ancora, ci proposero di andare a Sanremo con la canzone Con un bacio piccolissimo, ma rifiutammo, non ci piaceva quel genere: eravamo così, non facevamo quello che serviva per arrivare, ma ciò che volevamo davvero fare. Non ci presero molto a benvolere. Uno dei produttori della Ricordi portò al successo Bobby Solo con Una lacrima sul viso a Sanremo. Sempre lo stesso produttore fece una canzone per noi, L’amo più di te, con la quale debuttammo con Iva Zanicchi ad un programma di Giorgio Gaber, Questo o quello, ma anche questa non ci piaceva molto. Eravamo senza chitarra e cantavamo mentre muovevamo le braccia su e giù, una cosa che risultava abbastanza ridicola. Mike Bongiorno ci disse: Perché non venite con me ad un’altra casa discografica? Alla Ricordi non vi valorizzano molto, ma decidemmo di non abbandonarla, oggettivamente era una casa discografica importante. Questo fu il primo sbaglio: se lo avessimo seguito, forse ci avrebbero preso più in considerazione. Successivamente creammo un gruppo The Ihle Guitars, composto da tre chitarre e batteria, ovvero io e Luca, assieme a Patrizio, e il solito batterista».

Ed è dunque con questa formazione che nacque la Verde Stagione. «Un giorno ascoltando una pubblicità dell’olio Sasso al Carosello, mi soffermai sulla colonna sonora: era Il Mattino di Edvard Grieg e decisi di scriverne il testo. Questo pezzo successivamente arrivò a colui che presentò Lucio Battisti alla Ricordi ed era il periodo in cui nacque la casa discografica Numero Uno. Ci chiamarono e creammo questo disco: La Verde Stagione/Lacrime sul cuscino nel 1969. La Numero Uno aveva tre proprietari: Mogol, Lucio Battisti e Sandro Colombini. I primi mesi il disco non ebbe molto successo, ma Battisti, grande estimatore della mia voce, mi disse: Lando, non ti preoccupare, vedrai che funzionerà. E infatti, quando ci mandarono sul lago di Garda in diretta su Rai1, in pochissimo tempo arrivammo 14esimi in classifica con una vendita di 40mila copie. Fu un’ottima partenza, ma purtroppo Mogol litigò con Sandro che decise di lasciare la casa discografica portando con sé Edoardo Bennato».

Lando Ihle

Com’era Sandro Colombini? Avete mantenuto un rapporto con lui? «Colombini era un grande produttore già all’epoca, produsse anche Lucio Dalla, lavorò con Venditti, era molto famoso. Era uno che in sala di registrazione sapeva dirti come impostare l’anima della canzone, con una sensibilità ed un intuito eccezionale. Al suo posto arrivò un nuovo produttore che aveva portato dei cantanti suoi e non essendo noi una sua creazione, ci lasciò indietro. Pubblicammo altri due, tre dischi, ma non funzionarono tanto bene. Fu poi Sandro che decise di portarci alla Ri-Fi Records, dove sotto il nome di Tavola Rotonda pubblicammo un 45 giri i cui brani erano Principessa/Destino. Era un disco abbastanza impegnato, particolare, con una musica ispirata al genere progressive. Poco dopo, sfortunatamente la Ri-Fi fallì ed ognuno di noi tornò alla sua vita di sempre.  Nel ’78 sempre alla Ri-Fi, che era lentamente ripartita, pubblicammo un altro 45 giri, Gocce di rugiada/Il nostro mondo, e questo fu davvero l’ultima uscita, non avendo nessuna spinta e poca pubblicità. Così, tornato a Prato, mi sono messo a noleggiare piccoli impianti e a fare il fonico, lavoro che tutt’ora continuo a fare».

Avete avuto delle collaborazioni con personaggi conosciuti durante la vostra esperienza? «No, a parte Sandro Colombini che credeva in noi e ci ha prodotto veramente bene. Alla Ricordi c’era il famoso Iller Pattacini, autore e direttore artistico, colui che scrisse Una lacrima sul viso. Iller era bravissimo, però quello che voleva farci fare non ci piaceva, basti pensare a L’amo più di te: nonostante l’arrangiamento fosse molto moderno per il periodo, era troppo aggressiva, parlava di un litigio tra me e Luca per una ragazza, non ci piaceva tanto come era impostato il testo.

Il non voler scendere a compromessi ha quindi “compromesso” la vostra ascesa si può dire. «Sicuramente ha inciso molto. A volte rimpiango di non aver accettato certi compromessi: forse potevamo far di più ed accettandoli avremmo soltanto ritardato ciò che volevamo fare veramente. Ma noi volevamo sfondare senza snaturarci, e questo è stato anche un fattore a mio avviso positivo: siamo venuti fuori più avanti, ma a modo nostro, con la Verde Stagione. La musica ti fa vivere e noi avevamo una direzione ben precisa che volevamo seguire, eravamo molto limpidi. È stata un’esperienza molto bella, abbiamo conosciuto tante persone famose e tanti gruppi, basti pensare ai Dik Dikche erano sotto la Ricordi nel nostro stesso periodo».

La canzone che è rimasta nel cuore? «Sicuramente le due incise con la Tavola Rotonda. Il progressive è un genere molto impegnato, non è uno scherzo, bisogna farlo con attenzione e nel modo giusto, e regala tanta soddisfazione. Le canzoni si sviluppano non con un ritornello e una strofa semplice, gli elementi subentrano con tempi diversi, espressioni particolari. Principessa è sicuramente la più bella di tutte, l’abbiamo scritta insieme, mentre la base musicale di Destino era del tastierista, Paolo Pasquali».

E adesso continua a suonare e a scrivere canzoni? «Avevo completamente abbandonato la chitarra, poi l’ho ripresa circa cinque anni fa con la voglia di fare delle canzoni sociali, basandomi principalmente sui testi. Lo scopo è quello di sensibilizzare su alcuni temi, come ad esempio con Libertà di vivere, libertà di morire. È un brano che parla del diritto di poter sopprimere la vita solo ed esclusivamente in situazioni critiche e drammatiche. Sono comunque delle canzoni accompagnate con la sola chitarra, che ho caricato su YouTube. Mi diletto anche a fare un po’ di cover, tra cui Fabrizio de Andrè, ma vorrei continuare a scrivere altri brani, anche se è difficile sviluppare le parole in un determinato modo. La canzone deve nascere da sola, di getto, come una cascata: la si può riaggiustare in seguito, ma il corpo della canzone deve venire dall’anima. Le parole sono anche poesia, devono dare un’espressione di sentimento: come un pittore che è bravo a dipingere, ma se non mette l’anima nelle pennellate, allora la sua bravura conta relativamente. Allo stesso modo, le note si fanno con sentimento e le parole che le accompagnano danno vita all’anima del musicista».

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Redazione

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