Arrivano gli inciuci

di Mr. Bloogger

Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio

Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio

Giallozozzi. I tifosi della Lazio chiamano così i loro cugini romanisti, con evidente riferimento dispregiativo ai colori della maglia e poco, pochissimo affetto. Se tanto ci dà tanto, dovranno cedere il copyright del soprannome all’intera classe giornalistica italiana, perché nel caso le consultazioni di Mattarella prendessero una certa direzione, esso d’ora in poi verrebbe assai utile. Sarebbe, c’é da crederlo, gettonatissimo. Ma vediamoli, gli eroi di queste consultazioni che la Costituzione della Repubblica prescrive al posto del voto popolare.

Giuseppe Conte

Giuseppe Conte. Una vita ad esercitare la professione di insegnante di diritto e a coltivare un suo aplomb ed una signorilità appulo-britannici, e poi con un semplice discorso manda tutto a galline (il suo è stato un discorso da comare da cortile, non si tratta di un modo di dire). In mezz’ora di ripicche, bizzette e signora maestra, guardi Salvini che ha fatto!, fa più danni (a se stesso ed al paese di cui si riempe la bocca ogni due per tre, come si dice dalle sue parti) di quella volta del caffè preso con la Merkel. Vorrebbe un Conte-Bis, ma non succederà e del resto non se lo è neanche meritato.

Luigi Di Maio

Luigi Di Maio. Dirige (si fa per dire) un partito dove è l’unico che va dal barbiere una volta ogni quindici giorni, sa farsi il nodo alla cravatta e non manda affanculo qualcuno ogni volta che apre bocca. Se deve leggere un foglio lo sa prendere per il verso giusto senza bisogno di qualcuno che si accerti che non lo tenga in mano capovolto. Ha avuto l’occasione della sua vita, e l’ha persa nemmeno per colpa sua. Il fatto è che il suo Movimento ha 5 stelle, e lui è la sesta, dopo Grillo, Casaleggio, Di Battista, Fico e la Taverna. Conta come il due di coppe a briscola quando briscola ce l’ha Salvini, e dispiace dirlo perché era la faccia pulita e guardabile dei grillini, ma la crisi del 20 agosto sarà soprattutto la crisi della sua carriera personale.

Matteo Salvini

Matteo Salvini. Ha soprattutto un difetto: è troppo avanti. E’ già alla Quarta Repubblica mentre il paese ed il suo sistema politico sono fermi alla Seconda e inciampano ogni volta che credono di salire alla Terza. Gli avversari dicono ad ogni pié sospinto che ha sbagliato tutto, ma lo sbaglio che non và giù a loro è che non li ha avvertiti in anticipo delle sue mosse. Da soli a prevederle o a capirle non ci arrivano. Quando si preparano a votare la mozione di sfiducia, l’ha già ritirata da ore, perché tanto Conte si è sfiduciato da solo. Salvini è già al discorso successivo, quello che farà Mattarella e a cui basterebbe opporre i sondaggi fatti da RAI3: Lega al 38%, elezioni subito al 55%.

Matteo Renzi

Matteo Renzi. E’ un fenomeno, diciamo la verità. E’ come Fanfani nel 1974: i francobolli con la sua effigie non funzionavano, perché la gente sputava – dice – dalla parte sbagliata. Ma Fanfani dopo il referendum perso sul divorzio ebbe il buon gusto di levarsi dalle scatole. Renzi no. Mai. Né dopo il referendum perso su una Costituzione che ormai fa abbastanza schifo anche senza che lui ci metta le mani, né dopo le boccate successive. Eppure, l’uomo più deriso del paese è quello con i riflessi più pronti. Salvini non ha ancora finito di dire a Conte «ti stacco la sp….» che lui è già saltato su gridando «Eccoci! Governo di legislatura! Larghe intese! Responsabilità (sic!) istituzionale!».

Nicola Zingaretti

Nicola Zingaretti. Era partito come Montalbano, finiraà come Catarella. Quando entra nella stanza della direzione nazionale tirando la consueta usciata, il vero commissario ha già fatto tutto, ha già preso gli accordi (ed anche gli insulti). La politica del PD non si fa più al Nazareno, ma a Rignano. E’ un prestanome, delegittimato prima ancora che la crisi si manifesti. Come la sua controparte Di Maio, con cui sogna un inciucio adesso che non si chiami inciucio ma governo di legislatura (alternativa, la strada di casina), ha avuto la sua occasione e non poteva sfruttarla perché il Bomba si è portato via il pallone insieme alla sedia da segretario. Il suo è il partito che ha perso regolarmente tutte le elezioni a cui ha partecipato. Lo hanno messo lì per far sì che elezioni in Italia non se ne facciano più per un bel po’.

Giorgia Meloni

Giorgia Meloni. E’ da sposare, punto e basta. Ma è meglio – per il paese – che resti dove è, a fare politica. Dovrebbe essere la prima donna presidente del consiglio della storia della Repubblica, ma in una casta politica di uomini, e per di più di ominicchi e omm’e niente, ci sarà da penare perché riesca a diventarlo. Se proprio le si deve trovare un difetto, sembra sempre che stia per prendere a borsettate certi interlocutori. E poi non lo fa mai.

 

Silvio Berlusconi. Ultimamente non parla mai. Segno che hai già parlato, nelle opportune sedi. Ci riesce difficile pensare che chiunque nel centrodestra faccia i suoi calcoli senza averlo come punto di riferimento. Con l’età, o è diventato più saggio e prudente o si è fatto amici migliori di quelli che aveva al tempo dello spread, del 30% in meno nelle azioni Fininvest in una sola notte, di Napolitano e dell’Europa che lo chiedeva ridacchiando. Stai a vedere che di qui a breve non si tolga qualche soddisfazione, le scuse magari di qualche ometto o donnetta che hanno aperto fascicoli di troppo o fatto discorsi sconclusionati sul conflitto di interessi. E poi c’é Mattarella, ancora e soltanto su quel Colle per due anni o poco più…

Beppe Grillo

Beppe Grillo

Beppe Grillo. Non è mai stato il più divertente dei comici delle ultime generazioni. E’ stato quasi più divertente come leader politico. Come ha detto recentemente Vittorio Feltri, è l’unico nella storia occidentale che sia riuscito a creare un partito scrivendo nel programma una sola parola: vaffanculo. E a forza di gesti dell’ombrello ha convinto a seguirlo tutto il subcontinente dell’extraparlamentarismo di sinistra che da cinquant’anni giace ai margini della vita politica e tutto il meridionalismo post-borbonico che aspettava un nuovo reddito di cittadinanza dai tempi del Comandante Lauro. Ha tolto di mano il Movimento a Di Maio proprio quando era quasi riuscito a convincere che non aveva più a che fare con un branco di spostati e di negazionisti della realtà ma piuttosto invece con una forza in grado di cambiare il nostro paese.

Roberto Fico e Alessando Di Battista

Fico e Di Battista

Roberto Fico. Una sola annotazione. Se Mattarella dà l’incarico a questo, esplorativo o meno, si può chiudere bottega e tirare giù il bandone. C’é un limite alla decenza, ed al ridicolo. Al tempo di Sofri certi personaggi si ammantavano di tragedia, ora non vanno oltre la farsa.

Alessandro Di Battista. Er Che Guevara de noantri torna a sgommare per le vie di Roma con il suo motorino, immaginando di essere Ernesto de la Serna in sella alla sua motocicletta a giro per il Sudamerica. Non è arrivato nemmeno a Frascati, ed eccolo di nuovo qui, tra la Piazzetta degli aperitivi dietro Montecitorio e la villa di Grillo a Bibbona, a sparare boiate con quel tono e quel cipiglio da faccia feroce. Ennio Flaiano lo avrebbe liquidato con un «A Di Batti’….facce ride!»

Maria Elena Boschi. Ci sarebbe anche lei, ma postando su Facebook, a titolo di curriculum, la sua foto con le tette quasi di fuori ci ha preceduto, togliendoci tutti gli argomenti.

Sergio Mattarella. Non è per niente contento, il signor Presidente. Intanto perché a Castelporziano a quest’ora si starebbe meglio che al Quirinale, con questo boia di caldo, questa grana della crisi di governo fuori stagione e questa promenade di figuri che ti sfilano davanti ostentando un senso di responsabilità che se avessero davvero li spingerebbe tutti al suicidio o almeno al ritiro a vita privata. Stavolta, rispetto al passato, è pure da solo, i punti di riferimento europei sono venuti meno. Non lo invidiamo. Caro Presidente, i sondaggi di RAI3 (non di Bau Bau Micio Micio) parlano chiaro. Al posto suo non avremmo dubbi…

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  1. Andrea Sarti scrive:

    Parola d’ordine: mantenere le poltrone salvando la faccia!

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