Dolly

di Andrea Sarti

Dolly

Dolly

Dolly nacque il 5 luglio 1996, ma la sua nascita fu registrata soltanto il 22 febbraio 1997. Quel giorno, il mondo intero apprese che per la prima volta dai tempi di Adamo ed Eva un essere vivente non era nato da un feto materno, o da uno degli altri modi escogitati da Madre Natura per la riproduzione delle specie.

La pecora Dolly aveva una mamma, che non l’aveva portata in grembo. Le aveva semplicemente donato una cellula, che un laboratorio specializzato sito a Rosslyn, in Scozia, a poca distanza da quella cappella dei Sinclair che da secoli alimenta le più suggestive leggende a proposito di nascite e discendenze (cfr. Dan Brown, Il codice Da Vinci), aveva sviluppato attraverso il metodo della clonazione. Fino a farne una creatura vivente completa sotto tutti i punti di vista.

Il mondo si intenerì, apprendendo della sua esistenza, della sua vicenda e della sua probabile sorte. Si intenerì per quel nome, Dolly, assegnatole in omaggio alla prosperosa cantante country Dolly Parton, poiché la cellula presa alla mamma ed utilizzata per la successiva clonazione era giustappunto una cellula mammaria.

Si intenerì e nello stesso tempo si impaurì. La tenera pecorella Dolly sembrava parente dell’Agnello di Dio, e apriva all’umanità scenari, orizzonti e possibilità sconfinate e fino a quel momento impensabili. Ma Dio sembrava entrarci poco, il Creatore stavolta era l’Uomo, la Creatura. E il testo fondamentale che la vicenda richiamava alla mente di tutti non era la Genesi della Bibbia, ma il capolavoro di Mary Shelley, Frankenstein.

I complimenti si alternarono in parti eguali alle polemiche. La Scienza tornò a fronteggiare la Religione. La Fantascienza trovò nuovo materiale per le sue sceneggiature. Film come The Island di Michael Bay avrebbero illustrato chiaramente le possibilità di stampo neonazista che si aprivano di fronte a ricercatori e affaristi non proprio animati da buone intenzioni, dallo spirito del Progresso con la P maiuscola. Tutto molto affascinante, e per nulla rassicurante.

Ma al centro della scena rimaneva lei, Dolly, a rendere tutto inevitabilmente più accattivante, in qualche modo accettabile. Nel frattempo, la comunità scientifica, come è solita fare in questi casi, si divise in due. Mentre i ricercatori di Rosslyn spiegavano il metodo seguito per metterla al mondo (la clonazione consiste nel trasferimento del nucleo da una cellula somatica, che non appartiene alla linea germinale del donatore e che viene trasferita in una cellula embrionale denucleata e quindi indotta ad avviare lo sviluppo del feto tramite elettroshock e successiva impiantazione in una madre surrogata), altri si buttavano a studiare i rischi connessi al procedimento, trovandone presto i punti deboli.

A prescindere dalle implicazioni etiche (a confronto delle quali l’allora ventennale dibattito su Superbabe e la fecondazione in vitro sembrava una cosa da ragazzi), una creatura come Dolly sembrava poter essere destinata ad una vita grama, suscettibile di un invecchiamento precoce a causa dei ridotti telomeri delle sue cellule. La madre donatrice aveva l’età di 6 anni quando le fu prelevato il materiale genetico, e quindi – si sosteneva – Dolly era nata già di 6 anni.

Effettivamente, i primi segni di un invecchiamento precoce della pecora miracolosa furono notati nel 2002, quando di anni avrebbe dovuto averne soltanto 5. Dolly sviluppò una forma potenzialmente debilitante di artrite, insolita alla sua giovane età. Ciò sembrava andare a sostegno dell’ipotesi della senescenza prematura, anche se non vi era certezza.

Sta di fatto che il 14 febbraio 2003 (quasi cinque mesi prima del suo settimo compleanno) si dovette procedere alla soppressione della pecorella che aveva commosso ed inquietato il mondo, avendo essa contratto una infezione polmonare dalla quale non sembrava in grado di guarire. Una patologia frequente nelle pecore più anziane. E le polemiche ripresero virulente, assieme agli studi per affinare la tecnica della clonazione.

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