Contratto sociale e contratto di governo

di Andrea Sarti

Luigi Di Maio, Beppe Grillo e Davide Casaleggio

Luigi Di Maio, Beppe Grillo e Davide Casaleggio

Il caso del giorno, la consultazione circa l’opportunità di concedere alla magistratura il permesso di processare il Ministro dell’Interno Matteo Salvini, era e resta l’esemplificazione da caso di scuola di tutti i rischi connessi ad operazioni come quelle che vanno – e a detta di Di Maio andranno sempre più – in scena sulla piattaforma Rousseau dei 5 Stelle. Questioni di Stato gestite in contesti e con atteggiamenti da social network portano prima o poi a risultati disastrosi, è stato già tanto nel caso specifico che non si sia passati agli insulti reciproci dopo cinque minuti, altro che piattaforma congestionata.

Ma c’é di più. Il metodo Rousseau offre il destro per la scoperta di quel bluff che ha mascherato finora la schizofrenia di un movimento che è andato sì al governo ma che sogna a livello più o meno inconscio di ritornare prima possibile alla lotta. Il 60% della base (verificata Dio solo sa come e da chi) si è espresso a favore di Salvini e oggi tale risultato vincolerà il gruppo parlamentare pentastellato al Senato.

Ma c’é un 40% da non sottovalutare di grillini che si sono espressi per la messa in stato d’accusa della controparte con cui – a collo più o meno torto – hanno sottoscritto otto mesi fa un contratto di governo. Che non sarà bello come quello sociale di Rousseau, ma che dà loro l’unica storica possibilità di portare a casa risultati di bandiera e di sostanza, per i quali si sono battuti da quando il Movimento esiste.

Matteo Salvini

Matteo Salvini

La parte che fa capo ai ribellisti Fico e Di Battista – e di cui il libellista Marco Travaglio sogna di diventare il portavoce (avendo già fatto in sostanza del suo Fatto Quotidiano un organo di partito) in un futuro governo M5S – PD con quest’ultimo opportunamente ridimensionato e asservito – farebbe saltare il banco tanto volentieri, e poi, come nella migliore tradizione anarchica, tanto peggio tanto meglio.

Dopo il voto al Senato, Conte, Di Maio e Salvini continueranno a lavorare e a portare a casa risultati, aiutati non poco dalla propaganda che sta facendo al loro governo una opposizione (istituzionale e di fatto) ormai oggettivamente ridicola. Mentre si vota a Palazzo Madama, su Facebook compaiono le pagine degli scafisti con tanto di numeri di telefono da contattare e tariffe per il trasporto Libia-Italia via gommone.

Forse i PM di Catania e dintorni farebbero bene ad archiviare il fascicolo Diciotti. Ma non succederà e pur nel clima mutato (per un Matteo che sale, Salvini, c’é un Matteo che scende, Renzi, dopo l’arresto dei suoi genitori che fa parlare nuovamente qualcuno di giustizia ad orologeria) la magistratura resterà una spina nel fianco degli altri poteri dello Stato.

Il governo terrà fino alle prossime elezioni, rispetto alle quali anche le manfrine sulla piattaforma Rousseau fanno parte della relativa campagna. Ma verrà il momento in cui il Movimento che non può più restare fermo a Grillo e Casaleggio, a Fico e Di battista, ai malpancisti, ai ribellisti, a quei noi siamo diversi che nelle formazioni di ispirazione più o meno sinistrorsa non sono mai mancati nella storia d’Italia, dovrà decidere cosa fare da grande, e farlo. Altrimenti il suo destino sarà quello del prossimo PD.

Comunque Salvini è pronto a passare all’incasso. La Lega secondo gli ultimi sondaggi è oggi al 34%, il primo partito italiano. Potrebbe presto non avere più bisogno di un alleato che non sa più bene neanche che contratto ha firmato, o a quale contratto si ispirava chi l’ha fondato.

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