Alberto Magnolfi: «Il rischio di Prato? Diventare una periferia metropolitana!»

di Silvia Forzini

Alberto Magnolfi

Alberto Magnolfi

Alcuni giorni fa, in un convegno presso l’Art Hotel di Prato, si è discusso sui silenzi della politica pratese dinanzi alla crisi  e al declino degli ultimi trent’anni. In questa occasione è tornato a far sentire la sua opinione anche Alberto Magnolfi, protagonista di tante stagioni della vita cittadina e regionale ed oggi osservatore attento, ma – come ci tiene a precisare – ormai del tutto distaccato e fuori dalla mischia.

Anche per questo il suo intervento ha suscitato interesse e attenzione nella folta platea del convegno, che ha poi dato luogo ad un serrato dibattito. L’argomento è centrale non per la memoria, ma per il futuro. Abbiamo perciò chiesto a Magnolfi di riprendere con noi alcuni spunti delle sue riflessioni.

C’è stato davvero troppo silenzio sulla parabola negativa vissuta dal distretto pratese? «Silenzio e reticenza ad indagare  l’ eccezionalità di quello che è successo a Prato. Da essere un modello studiato ed invidiato, siamo passati ad essere citati quasi soltanto come esempio di insicurezza, illegalità economica, immigrazione fuori misura e fuori controllo. E’ inutile paragonarci con le difficoltà di tutti; qui la vicenda ha avuto ed ha aspetti del tutto peculiari».

Ma negli anni d’oro si è fatto tutto bene o qualcosa è mancato? «Negli anni che lei chiama d’oro, e che pure avevano tanti problemi, c’era una grande spinta a realizzare, una coesione sociale e civile che dava forza e ottimismo, un forte senso di appartenenza , una visione della Città. Era un altro mondo. Ma c’erano anche tanti limiti, che oggi riesco a cogliere con più chiarezza. Nessuno  capì  allora fino in fondo  le debolezze insite nel nostro modello; mancò la lungimiranza per cogliere i segni della rivoluzione che si stava profilando a livello globale. In quella nuova competizione buona parte del nostro sistema produttivo si è trovato con le armi spuntate. Eppure qualche autorevole avvertimento c’era stato, anche da parte di organi di stampa stranieri. Ma il nostro sistema, non solo la politica, reagiva con un’alzata di spalle e le voci dubbiose erano messe a tacere».

Poi arrivò l’immigrazione di massa, il distretto illegale e tutto cambiò per sempre. I silenzi e la reticenza si riferiscono anche a questo? «Anche e soprattutto a questo. Una precisa ideologia e la cultura che l’ha influenzata hanno per quasi vent’anni cercato di negare il problema. Per la sinistra l’immigrazione era comunque una risorsa, con piccole difficoltà marginali. Ma l’immigrazione è una risorsa positiva solo se i numeri sono tali da non stravolgere tutti gli equilibri di un territorio e se l’illegalità non diventa la regola. Questo purtroppo è avvenuto a Prato, andando a compromettere non solo l’economia, ma la sicurezza, la qualità della vita, l’attrattività di un territorio. Quando poi si è cercato di correre ai ripari, molte cose erano sfuggite di mano. Le forze dell’ordine fanno miracoli, ma non saranno i controlli di routine a venire a capo di un problema di dimensioni gigantesche».

Ma non è troppo poco dare la responsabilità solo ad una certa parte politica? Dove erano i pratesi? «Perfettamente vero. L’ho dichiarato più volte già tanti anni fa: ci sono stati interessi economici diffusi, non certo nei ceti popolari, che hanno spinto molti a tacere e ad adeguarsi. Le finanziarie e le immobiliari hanno preso il posto delle aziende e non poche fortune professionali hanno fiorito all’ombra di questo impoverimento del tessuto economico e sociale della Città. Questo pone i presupposti di un profondo cambiamento degli equilibri politici anche a Prato. Nei quartieri popolari, dove queste difficoltà si vivono sulla pelle tutti i giorni, ci sarà meno voglia di confermare il solito plebiscito per la sinistra».

Eccoci allora a parlare di elezioni. Il centrodestra, nonostante tutto, sembra in difficoltà a trovare il candidato…  «Mettiamoci pure un po’ di pretattica, ma il candidato arriverà e sarà di sicuro un buon candidato. L’importante è che arrivi una visione, non un elenco di punti programmatici. Un’idea della Città, del suo futuro, una capacità di ritrovare e mobilitare l’anima assopita, ma non perduta, di questo territorio. E’ una sfida difficilissima e come sempre, in questi casi, una buona ordinaria amministrazione non basta. Per quella dovrebbero bastare i capiufficio».

Cosa chiedere, allora, al nuovo sindaco? «Che sappia diventare il punto di riferimento di una Città che si ribella al declino. Che faccia del caso unico di Prato un caso nazionale da affrontare con un programma integrato di interventi come si fa nelle aree più problematiche. Un piano di riconversione del distretto che richiami investimenti pubblici e privati e nuove iniziative imprenditoriali. Un piano di tal genere potrebbe diventare un prototipo a livello europeo. Vedo due precondizioni: la prima, si chiama legalità e sicurezza dei cittadini. Altrimenti gli investimenti continueranno a starsene lontani. La seconda riguarda il nodo dei rapporti con la Regione e con la ricchezza di funzioni dell’area fiorentina. Non so se ci siamo accorti di come Prato viva in perfetto isolamento all’interno di quella vasta area della Toscana centrale di cui dovrebbe essere un polo di assoluta centralità».

Silvia Forzini

Nata il 13 agosto del 1994, laureata in Scienze Politiche all'Università Cesare Alfieri di Firenze. Appassionata di politica e moda.


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