Al centrodestra la Sardegna, al PD le favole

di Andrea Sarti

Salvini, Meloni, Solinas e Berlusconi

Salvini, Meloni, Solinas e Berlusconi

Dunque, la Regione Sardegna segue la Regione Abruzzo e va al centrodestra. Pare finalmente di poterlo dire, al termine di uno scrutinio più lungo della Lunga Marcia. Complimenti a chi ha scritto la legge elettorale, non sappiamo cosa si prefiggesse di ottenere, di sicuro è riuscito a fare dell’Italia lo zimbello dei paesi cosiddetti civili.

Vince il centrodestra, dicevamo. Su una percentuale dei votanti che si attesta al 53,7% degli aventi diritto, circa 700.000 persone, alla coalizione che fa capo a Christian Solinas (Lega, FdI, FI a cui si aggiunge il locale Partito Sardo d’Azione) va il 47,64%. Il centrosinistra, che fa capo al sindaco di Cagliari Massimo Zedda e ad una miriade di liste di sostegno, si ferma al 33,47%. In calo il Movimento 5 Stelle, capolista Francesco Desogus, fermatosi all’11,17%.

Fin qui il dato reale, faticosamente raccolto e assemblato dagli scrutatori. Subito dopo, come in ogni tornata elettorale che si rispetti, le sciocchezze spacciate per analisi a caldo. Brilla come di consueto il PD, il cui segnale è amplificato e ripetuto da tutti i mass media che ancora lo hanno o lo sentono come editore di riferimento. La leggenda isolana che poi si fa metropolitana racconta di un Partito Democratico che tiene, confermandosi il primo partito della Regione a Statuto Speciale. Racconta di un Movimento 5 Stelle in frana rovinosa, e di una Lega che non sfonda, salvandosi solo grazie a Berlusconi.

Tirare fuori un discorso serio da questa narrazione è forse più difficile di quanto lo sia stato per gli scrutatori tirare fuori dei dati di senso compiuto dal lenzuolo presentato agli elettori sotto le spoglie di scheda elettorale. In sostanza, il PD che canta quasi vittoria, o almeno non sconfitta, con il 13,45% è quello che alle precedenti consultazioni regionali – come si diceva una volta – aveva riportato il 22% per scendere il 4 marzo 2018 al 14,8%, una quota elettorale già allora vicina a quella del Partito Socialista quando decretò il proprio autoscioglimento.

Il Movimento 5 Stelle che secondo il PD sarebbe in stato preagonico ferma la sua frana vera o presunta all’11,8%, come detto, che è quasi un 30% in meno rispetto al risultato dell’anno scorso. Da tenere presente tuttavia che trattandosi di un movimento e non ancora di un partito organizzato capilalrmente è sulla sua tenuta a livello di zoccolo duro che si può semmai fermarsi a discutere, non su quella dei Democratici che appare francamente ridicola, avendo essi ormai più che dimezzato lo storico capitale lasciato loro dal PCI. Il voto PD forse ha ancora uno zoccolo residuo, ma sulla sua durezza sarebbe saggio non scommettere.

Secondo la stessa favola piddina della buonanotte, momento difficile anche per la Lega, che si ferma all’11,36% e che superata di un’incollatura sul gradino più alto di un podio che non assegna medaglie dal PD (risultato da valutare tenendo conto che a differenza di questo partiva da una base dello 0% in precedenti analoghe consultazioni), si vedrebbe costretta adesso a buttarsi tra le braccia del Cavaliere.

Finite le Maratone Sciocchezza e i commenti estemporanei da prolungata crisi di astinenza (di vittorie eletorali), possiamo tentare qualche discorso più serio. Il centrodestra pareggia il conto delle regioni amministrate con il centrosinistra, 10 per parte, ma nell’ultima frazione di gioco il parziale è di 6-0, come fa notare Salvini con legittima soddisfazione. La Lega ormai è una realtà italiana, con sezioni locali in tutte le regioni. In quelle rimaste al centrosinistra peraltro si vota l’anno prossimo, e ipotizzare una goleada del centrodestra a questo punto è più facile che scommettere sul Brasile ai Mondiali di calcio.

La Lega inoltre adesso è saldamente in sella nel governo nazionale, pur essendosi costruita valide alternative sia nazionali che locali. Se questo è un momento difficile, vorremmo averne sempre. Per avere il favore di Salvini si scanneranno in molti, nel prossimo futuro. Mentre i Travaglio e i Cacciari continueranno a proiettarsi il film del PD che dialoga con i 5 Stelle, ed a sproloquiare di conseguenza.

I quali 5 Stelle più verosimilmente avranno piuttosto l’occasione di ripartire da ciò che hanno dimostrato di saper fare meglio, quelle riforme sociali che sono state finora il fiore all’occhiello del pur giovanissimo governo Conte. Se Di Maio si libera dell’ala vetero-ribellista e vetero-casinista di Fico, quello che ha perso tra Abruzzo e Sardegna il movimento post-grillino se lo riprende in un baleno.

Poi c’é lui. Il PD. Se non ci fosse, andrebbe inventato. Gli addetti alla satira (quella vera, non quella aziendale di Crozza) ringraziano. Gli italiani anche, perché il partito di Martina, Orfini e di ciò che resta di Matteo Renzi è per loro un promemoria costante di ciò che hanno rischiato durante il suo lungo periodo di malgoverno, e di cosa potrebbero rischiare ancora se certi poteri oscuri riuscissero ancora a rimetterlo in sella.

Per il resto, vanno lasciati fare. Ci pensano loro, e non sbagliano un colpo.

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