Vittorio Malerba, classe seconda Liceo Scientifico Cicognini

di Adolfo Galli

Vittorio Malerba

Vittorio Malerba

Stamani ero al bar a prendere un caffè e sfogliando casualmente il giornale mi ha colpito in fondo alla pagina un necrologico di un anniversario. Non ho letto il nome ma c’era una piccola foto che ho riconosciuto subito: A 50 anni dalla morte… Vittorio Malerba … 1969. Cinquant’anni! Avevamo quindici anni nel ’69 Vittorio ed io. Lo conoscevo solo di vista perchè era anche lui al Cicognini in seconda liceo scientifico, nella aula accanto alla mia.

Ci vedevamo ogni giorno ma non avevamo mai avuto occasione di parlarci a quattr’occhi. Poi il 25 di gennaio di quell’anno, era sabato, avevamo un’ora di ginnastica alle 11:30 in palestra. Mi ero un po’ attardato e stavo uscendo dagli spogliatoi quando arrivò di corsa lui, mi fermò e mi chiese se potevo prestargli le scarpe da ginnastica perchè le sue le aveva dimenticate a casa. «Quando ho finito te le lascio davanti alla porta dell’aula» mi disse.

Avevo comprato pochi giorni prima una busta ermetica per le scarpe onde evitare che quando erano sporche di terra imbrattassero i libri nella borsa. Gliela detti e lui mi battè una mano sulla spalla «grazie, ci vediamo lunedì». Quando alle 13:25 suonò la campanella e uscimmo di classe, trovai le mie Superga davanti alla porta ma la busta non c’era. Accidenti! Feci un salto in palestra ma non la trovai e alla fine incartai alla meglio le scarpe in un giornale e le infilai nella borsa ripromettendomi al lunedì di chiedere al biondino, di cui non
conoscevo il nome, dove l’avesse ficcata.

E così feci, il lunedì mattina arrivai che erano quasi le 8:30 al Cicognini e quindi, prima che suonasse la campanella entrai nell’aula accanto alla mia. Avevo visto nel corridoio alcuni gruppetti di ragazzi ma non ci avevo fatto caso: sbirciai veloce nell’aula ma vidi solo alcune ragazze vicino alla finestra che parlavano fra loro a voce bassa mentre fuori dell’aula vi erano due gruppetti di ragazzi. Guardai fra di loro, ma il biondino non c’era.

Stranamente non c’era il solito vocio ma parlavano tutti sottovoce. Suonò la campana ed entrai in aula: era semivuota. Le ragazze erano tutte insieme in fondo alla classe e parlavano fra di loro. Andai al mio banco e cominciai a tirare fuori i libri. Si avvicinò il mio compagno di banco e altri due ragazzi che mi avevano visto entrare. Uno di loro mi disse scuotendo la testa: «Non credo che faremo lezioni oggi». «Perchè, c’è sciopero?» chiesi ripensando ai ragazzi visti nel corridoio che parlottavano riuniti a gruppetti. «Macchè! Non sai nulla allora – continuò -. Ieri all’Abetone è morto il Malerba: sciava senza casco perchè aveva il nuovo cappellino alla Killì; è finito fuori pista ed ha picchiato la testa contro un albero».

Rimasi turbato da quella stringata sintesi del tragico evento e chiesi: «Chi era il Malerba? Non l’ho presente». «Ma come? – continuò sorpreso il mio amico-  ma se sabato gli hai prestato le scarpe da ginnastica!?». Bang! Fu la sensazione di un colpo di tamburo e il sangue che mi saliva alla testa. Impossibile! Ma come? Ho appena fatto in tempo a scambiare due parole e non c’è più! Fu un dramma per molti di noi, ma poi il tempo passa e a quindici anni si hanno tante cose da fare e di Vittorio si perse un po’ il ricordo.

Poco dopo che avevo finito il Liceo, morì mio padre e fu tumulato al cimitero della Misericordia. Andando a far visita alla tomba del babbo vidi quella di Vittorio, a una ventina di metri di distanza, nello stesso corridoio e rividi, come alla moviola, quel nostro fugace incontro. Alla maturità arrivammo in circa novanta, fra ragazze e ragazzi; della metà di loro, dopo meno di un anno non ho mai più avuto notizie. Dei restanti un’altra ventina li ho persi di vista nel corso degli anni. Da quasi cinquant’anni, invece, almeno una volta al mese, passo davanti alla lapide di Vittorio con la sua foto in bianco e nero: nel suo sguardo di quindicenne, rivedo la mia giovinezza.

Molte volte mi è accaduto, nel corso della vita, di avere momenti difficili, e passando davanti a lui, il suo sorriso un po’ scherzoso pareva
mi dicesse Non ti lamenterai?! Altrimenti io che dovrei dire? E questo mi ha aiutato a combattere ancora. Ora che siamo amici di vecchia data uno di questi giorni voglio chiedergli dove aveva messo la busta delle scarpe. Magari mi risponderà che me lo dirà quando sarò con lui!

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