Dio lo vuole

di Mr. Bloogger

La presa di gerusalemme, 15 luglio 1099

La presa di Gerusalemme, 15 luglio 1099

«Popolo dei Franchi, popolo d’oltre i monti, popolo come riluce in molte delle vostre azioni eletto ed amato da Dio, distinto da tutte le nazioni sia per il sito del vostro paese che per l’osservanza della fede cattolica e per l’onore prestato alla Santa Chiesa, a voi si rivolge il nostro discorso e la nostra esortazione».

Quel giorno, nella cattedrale di Clermont Ferrand, capoluogo dell’Auvergne (l’attuale alta valle del Rodano, nella zona del Massiccio Centrale) erano riuniti gli Stati Maggiori della Cristianità. I vescovi della Chiesa di Roma ed i migliori cavalieri feudali del Sacro Romano Impero pendevano dalle labbra del Papa Urbano II. Costui, Eudes (Ottone) di Chatillon era stato designato direttamente come proprio successore da Gregorio VII, Ildebrando da Sovana, il vincitore della Lotta per le Investiture contro l’Imperatore Enrico IV, che aveva costretto a Canossa.

Il monaco cluniacense era destinato a diventare ancora più celebre del predecessore. Il suo discorso di quel giorno, il 27 novembre 1095, secondo il calendario giuliano, avrebbe segnato l’inizio un periodo storico la cui portata e le cui conseguenze perdurano fino ad oggi: Le Crociate.

La decisione di riunire la Cristianità nella vecchia capitale dei Galli Arverni, quella Gergovia dove Giulio Cesare aveva conosciuto l’unica sconfitta nella campagna contro i Galli di Vercingetorige, era maturata a seguito dell’accorato appello che l’Imperatore Romano d’Oriente Alessio I Comneno gli aveva rivolto affinché l’occidente cristiano si armasse per andare a prestargli soccorso. «Nel nome di Dio, vi imploro di portare tutti i soldati fedeli a Cristo […] Se verrete, riceverete il giusto guiderdone nell’alto dei cieli; se non verrete, ricadrà su di voi il castigo di Dio»

Da quasi cinque secoli l’Islam era il problema dei problemi per l’Occidente cristiano. A partire dalla conquista del Nordafrica bizantino avviata dopo la morte di Maometto dai suoi successori, le due religioni si erano parlate soprattutto con le armi, senza conoscere tregua. I Califfi erano giunti fino a Poitiers nel cuore della Francia, passando lo stretto di Gibilterra e costringendo la Spagna ad una lunghissima e difficilissima reconquista. Ma la sponda sud del Mediterraneo era rimasta in mano araba. Così come progressivamente la Palestina, i Luoghi Santi e tutte le terre bizantine fino all’Anatolia erano cadute in mano islamica.

crociate-171127-002Con il tempo, l’impeto della conquista araba si era attenuato, i cristiani erano passati al contrattacco con Carlo Martello, i regni iberici e quelli normanni nel sud Italia ed in Sicilia. Islam e Cristianesimo avevano trovato un seppur precario modus vivendi. Si confrontavano ancora sul mare e per terra, ma più spesso nelle università dove sulla spinta di quelle spagnole influenzate dai dotti Avicenna e Averroé si ricominciava a studiare Aristotele e i saggi dell’Antichità.

Le cose erano cambiate con l’arrivo dei Turchi Selgiuchidi, un popolo guerriero proveniente dagli altopiani dell’Asia centrale che aveva ricevuto in appalto dagli Arabi la continuazione della espansione dell’area di influenza islamica, che secondo il Corano sembrava non potesse avvenire altro che per conquista militare.

I Turchi, neoconvertiti, e zelanti come tutti i neoconvertiti fino al fanatismo, avevano ripreso le persecuzioni nei Luoghi Santi, impedendone l’accesso ai pellegrini cristiani. E soprattutto avevano ripreso la spinta verso Costantinopoli. Quando Alessio scrisse a Urbano, le armate turche erano ormai a 100 chilometri soltanto dalla vecchia capitale di Costantino. L’eventualità di uno sfondamento che avrebbe aperto loro le porte orientali dell’Europa era sempre più probabile.

Urbano II vide nella richiesta dell’Impero bizantino la quadratura di diversi cerchi: la possibilità di riconquistare alla fede cristiana i luoghi della Passione di Cristo, nonché di indirizzare esuberanza e riottosità dei cavalieri cristiani verso un nemico comune, facilitando per forza di cose l’affermarsi di quel potere centrale che il feudalesimo tentava di far prevalere dai tempi di Carlo Magno. I resoconti terribili dei pellegrini di ritorno dalla Terrasanta, primo fra tutti quello del leggendario Pietro l’Eremita, avevano creato il clima giusto affinché le parole del Papa non cadessero nel vuoto, in mezzo ad una audience disattenta.

Quel giorno, a Clermont, Urbano II dopo aver ripreso quei resoconti e le dettagliate descrizioni delle orribili torture riservate ai pellegrini cristiani in Terrasanta, parlò così: «O soldati fortissimi, figli di padri invitti, non siate degeneri, ma ricordatevi del valore dei vostri predecessori; e se vi trattiene il dolce affetto dei figli, del genitori e delle consorti, riandate a ciò che dice il Signore nel Vangelo: chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di me. Chiunque lascerà il padre o la madre o la moglie o i figli o i campi per amore del mio nome riceverà cento volte tanto e possederà la vita eterna. Non vi trattenga il pensiero di alcuna proprietà, nessuna cura delle cose domestiche, ché questa terra che voi abitate, serrata d’ogni parte dal mare o da gioghi montani, è fatta angusta dalla vostra moltitudine, né è esuberante di ricchezza e appena somministra di che vivere a chi la coltiva. Perciò vi offendete e vi osteggiate a vicenda, vi fate guerra e tanto spesso vi uccidete tra voi. Cessino dunque i vostri odi intestini, tacciano le contese, si plachino le guerre e si acquieti ogni dissenso ed ogni inimicizia. Prendete la via del santo Sepolcro, strappate quella terra a quella gente scellerata e sottomettetela a voi: essa da Dio fu data in possessione ai figli di Israele; come dice la Scrittura, in essa scorrono latte e miele […]. Intraprendete dunque questo cammino in remissione dei vostri peccati, sicuri dell’immarcescibile gloria del regno dei cieli».

Urbano II arringa la folla a Clermont Ferrand

Urbano II arringa la folla a Clermont Ferrand

Gloria eterna e remissione dei peccati, qualsiasi fossero. E licenza di uccidere, purché si trattasse di infedeli. Narrano le cronache che si levò dagli astanti un unico grido possente. Talmente possente da abbattere al suolo uno stormo di uccelli. Il grido dell’Occidente cristiano che si risvegliava, accollandosi l’onere della più sacra ed importante delle riconquiste. Dieu li veut!, in lingua occitana, il francese antico. Deus vult!, nel latino della Chiesa, che ne fece il suo slogan per quella che di lì a poco fu bandita come Prima Crociata, e per tutte quelle a venire.

Da quel momento, da quell’urlo che catalizzò tutto il fanatismo religioso e guerriero europeo contro il fanatismo religioso e guerriero di chi chiamava Dio Allah, i fabbri del continente cominciarono a fabbricare armi, e le sarte a cucire quelle vesti bianche sormontate da una croce rossa, che i cavalieri che facevano voto a Dio di liberare il Santo Sepolcro avrebbero indossato fino al compimento di quel loro voto, o alla morte. «Chiunque vorrà compiere questo santo pellegrinaggio e ne avrà fatto promessa a Dio e a lui si sarà consacrato come vittima vivente santa e accettevole, porti sul suo petto il segno della croce del Signore; chi poi, pago dei suo voto, vorrà ritornarsene, ponga alle sue terga; sarà così adempiuto il precetto che il Signore dà nel Vangelo: Chi non porta la sua croce e non viene dietro di me non è degno di me».

La Prima Crociata fu soprattutto un affare dei cavalieri franco-normanni, che avevano da poco dimostrato la loro abilità contro le armi islamiche riconquistando per sé e per Cristo la Sicilia. Goffredo di Buglione, Raimondo di Tolosa, Roberto il Guiscardo, Tancredi d’Altavilla erano alcuni tra i nomi più prestigiosi della nobiltà europea che prese le armi dirigendosi verso Gerusalemme, sotto le cui mura giunse circa tre anni dopo.

La più potente armata dell’epoca, che un giorno Torquato Tasso avrebbe cantato nella Gerusalemme Liberata, si sarebbe consegnata alla storia e all’immortalità portando a termine il proprio voto il 15 luglio 1099, nel modo più cruento ma anche più trionfale possibile. Ma questa è un’altra storia.

27/11

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